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Intervista a Kaha Mohamed Aden 

Kaha Mohamed Aden è nata in Somalia, a Mogadiscio, e vive in Italia dal 1987. Si è laureata in economia a Pavia ed è molto attiva nel campo letterario. Ha pubblicato saggi, romanzi e scrive articoli su diverse riviste.

Per Unicopli, nella collana La porta dei démoni, ha vergato Dalmar e la disfavola degli elefanti, scegliendo di utilizzare degli animali per raccontare una specifica vicenda umana, purtroppo sempre attuale: la guerra e l’esodo dei popoli. Ne parliamo con lei…

Cosa s’intende con il termine disfavola?

I protagonisti di questo racconto sono degli animali ed è in questo senso che parliamo di favola. Ho scelto questa formula anche per la sua plasticità che permette di potere giocare su più piani: infatti è possibile spaziare da argomenti legati a questioni universali sino a temi più specifici, legati a vicende umane come le drammatiche vicende di cui il mio paese ha a lungo sofferto. Infatti una parte del racconto ha una vena distopica, quella in aperta polemica con la drammatica situazione del presente somalo e con il disinteresse ricevuto dal resto del mondo. È una parte che ammonisce che se nel presente non cambia qualcosa si prefigura un futuro negativo, tremendo. Ecco perché una Disfavola!

Quali motivazioni ti hanno spinto a descrivere come allegoria – protagonista è un gruppo di elefanti e lo motivi con la loro provenienza africana, inoltre i pachidermi sono famosi per la loro memoria – una storia vera e straziante? E come hai scelto gli animali che il branco di Dalmar incontra nel percorso del tuo libro, derivano anch’essi da una simbologia?

Sono diversi i motivi che mi hanno suggerito di usare un’allegoria per descrivere una storia vera e straziante: uno di questo è che non volevo neanche lontanamente rischiare di fare una esposizione del dolore. Non volevo inoltre che nell’affrontare direttamente lo strazio mi/ci distraessi/mo dai punti nodali su cui confrontarsi per una ricerca di possibili soluzioni. Infine come autrice volevo misurarmi con questa formula, per me nuova, che se da una parte è una sfida su come tenere insieme le propaggini in cui può dipanarsi questo tipo di racconto, dall’altra offre enormi margini di libertà.

Nel 1991 in Somalia erano entrati in scena uomini che sostenevano che ci avrebbero liberato dalla dittatura dispotica che avevamo. In realtà sono avvenuti dei massacri su cui il mondo ha chiuso gli occhi e persino i somali, per quanto ne so io, sia i carnefici che le stesse vittime, per motivi diversi, non ci tengono a rendere pubblici quei fatti. Ma sono fatti che hanno scatenato non solo la guerra clanica ma hanno influenzato la visione che i somali hanno di se stessi, delle loro istituzioni e persino di come coabitano tra di loro nel territorio. Perciò se si vuole operare per una pace duratura, essendo mia opinione che sia necessario che quei fatti non cadano nell’obblio, ho scritto una storia in cui è protagonista l’elefante, simbolo della memoria.

Il tuo romanzo non divide i personaggi nettamente, in buoni e cattivi. La diffidenza attanaglia sia gli orsi che gli elefanti… penso anche al nonno sospettoso nei confronti di lady volpe. Questo umanizza molto gli animali messi in scena.

Per vari motivi- vuoi per il conflitto Clanico Somalo oppure vuoi per la politica sugli immigrati in Italia che spesso ha uno atteggiamento che descrive tutti gli immigrati come pericolosi – sono allergica a mettere nella stessa categoria gli individui solo perché hanno qualche cosa in comune: colore, religione, provenienza geografica, ecc.
Per cui i miei elefanti, i miei orsi, le api e ciascuno gruppo che si trova nel libro non è mai costituito da individui, tutti uguali, tutti buoni oppure tutti cattivi. Ho cercato anche che lo stesso personaggio in condizioni/tempi diversi non rimanga identico a se stesso. Non è facile avere questa tensione ma cerco di non cadere in certi tranelli, detestando di fare di tutta l’erba un fascio.

Itala Vivan, sulla Lettura del Corriere della Sera del 07/06/2020, in una recensione della Disfavola molto bella di cui le sono grata, parla della tradizione della favola cioè quella dei personaggi animali che si comportano come gli umani da Esopo all’indimenticabile Fattoria di George Orwell e soprattutto chiarisce come io nella costruzione narrativa non manchi di utilizzare anche quella della tradizione orale africana. Prendo spunto da questa immensa tradizione non solo nella forma che ho interiorizzato ma ne cito alcune favole. Infatti nell’episodio della volpe, inizia con il cucciolo che legge diverse storie della tradizione somala in cui le volpi sono caratterizzate con lo stereotipo di ladre scaltre ma l’episodio finisce con un ribaltamento, risultando la volpe di fatto tutt’altra che ladra. Ecco mi sono tolta la soddisfazione di smentire, farla finita, con certi luoghi comuni.

Il cibo ha da sempre una funzione di comunione, è un’offerta di pace e amicizia, ma gli orsi, inconsapevoli delle specifiche alimentari degli elefanti, servono il loro piatto favorito: il salmone. La dieta degli elefanti è però esclusivamente vegetale, quindi il pesce gli è totalmente sgradito. Questa incomprensione è motivo di scollamento tra i due gruppi animali… hai immaginato questa sequenza per sottolineare la completa diversità tra elefanti e orsi?

La differenza tra i due gruppi che poi non è mai assoluta è presente lungo tutta la Disfavola. Quello che volevo far emergere in questo piano è che per far bene all’Altro non è sufficiente la buona volontà, ossia di fare quello che tu credi che sia il meglio, come cucinare il salmone per gli elefanti, ma che sia necessario considerare il punto di vista “dell’Altro”. Inoltre gli orsi in questo caso c’è un elemento aggravante per l’insuccesso della cena perché una di loro al pari di tutti, Bruna, si chiede e propone di interrogare gli elefanti su che cosa vorrebbero mangiare.

Ma questa sua apertura mentale verso l’idea che possono esistere altri criteri, gusti, valori diversi da quello degli orsi, viene ignorata oppure scartata con disdegno dal resto degli orsi. Ed è proprio l’atteggiamento “etno-centrico” che vede i propri valori centrali e unici a cui tutti non possono che aderire che fa fallire la cena anche se l’incontro per entrambi i gruppi sia per gli orsi che per gli elefanti sarà nonostante tutto fecondo.

Dalmar e Dritta sono due cuccioli, e i bambini sono infatti le creature più aperte nei confronti degli altri. Ai loro occhi puri e ingenui non importa provenienza, lingua e differente colore della pelle. Sono loro l’elemento di contatto che usi come chiave per muovere tutta la storia?

Si, è proprio così i cuccioli sono elementi di contatto ma sono anche la scintilla che crea i presupposti per tutti gli inizi della Disfavola.

Gli Jinn, ovvero gli spiriti, dominano il mondo interiore più arcaico delle più disparate culture africane e svolgono un ruolo importante anche nella Disfavola degli elefanti. Qual è il loro ruolo, nella vicenda?

Avevo bisogno di qualche cosa che desse complessità al personaggio della matriarca, colei che guida gli elefanti ma che influenza anche i comportamenti di tutti gli altri gruppi sull’isola. Non la volevo come una nella cui la testa alberghino solo un mucchio di certezze ma come una in cui le decisioni sono frutto di dubbi, tormenti e tanta curiosità che non potevano che sfociare in domande rivolte a se stessa ma anche al mondo che la circonda, in cui lei cerca risposte. I Jinn in questo caso sono la parte di lei che non le permette di fare scelte semplificate.

In quanto matriarca, avendo la facoltà di decidere per tutti, i Jinn la costringono a dover tenere conto nelle sue scelte dei molteplici risvolti che la realtà presenta oppure potrebbe presentare. E quindi lei, che di certo non si sottrae ai suoi doveri di governare e quindi è solerte a prendere le decisioni per il branco, ciò nonostante queste scelte sono il frutto di continue ponderazioni e di riflessioni, sempre relative al contesto. Grazie ai Jinn decisioni mai fisse nel tempo né assolute.

I branchi di elefanti sono guidati da una femmina. Una società matriarcale, secondo te, aprirebbe a un diverso modello di società?

Nella favola sono presenti diverse specie di animali e la maggior parte sono governati da femmine, come la matriarca per gli elefanti oppure la regina per le api. Anche gli orsi, nonostante abbiano al comando un generale manovrato da un Club di notabili potenti che si chiama Club dei Rispettabili Tirchi, le figure femminili sono quelle più brillanti e dinamiche.


Adesso che mi ci fai pensare di matriarche continuo a scrivere. Mi viene in mente, forse il mio primo racconto pubblicato dal titolo “Auto ritratto”, scrivo di tre mie nonne molto diverse tra loro ma comunque tutte con il piglio da matriarca. Ho conosciuto e amato delle matriarche ma purtroppo non conosco il governo di un modello matriarcale per una intera società. Ma immaginarlo come punto di confronto col modello vigente potrebbe essere utile. Comunque nella mia isola su cui la Disfavola si svolge, il modello del generale orso, giusto per avere un paragone, si confronta continuamente con altri modelli di governo guidati da femmine altrettanto differenti tra di loro. Per concludere, al presente, l’isola è indirettamente governata da specie che non risiedono nemmeno cioè i ratti e i topi, detentori di una arma letale “La Caustica”. Mentre il futuro appartiene ad una cucciola e un cucciolo: Dritta e Dalmar.

Che situazione vive, la Somalia, oggi? Pensi che sarà possibile un giorno portare stabilmente alla ragione e all’idea di una pacifica convivenza, nel cuore dei diversi clan, nonostante i drammatici eventi del passato?

La Somalia attualmente vive in una situazione a dir poco difficile ma per fortuna, essendo caratterizzata da una alta percentuale di popolazione giovane e questi di solito e il caso somalo sembra che lo sia, tendano a cogliere tutte le opportunità per vivere. Naturalmente lo sguardo che si getta sul futuro dipende anche da come si legge il passato ed io spero che i giovani abbiano le spalle sufficientemente larghe per riuscire a trasformare e andare oltre i drammatici eventi del passato.

Cosa possiamo fare tutti affinché l’inevitabile intrecciarsi di genti tanto differenti negli usi e costumi evitino di aprire scenari conflittuali? E’ tanto difficile accogliersi reciprocamente e riconoscersi persone uguali, con il medesimo diritto di vivere al meglio la propria esistenza?

Il problema è che il meglio della propria esistenza potrebbe essere un danno per un altro. Noi siamo tanto quanto uguali quanto diversi. Ed è quel continuo sforzo di riconoscere e mediare tra uguaglianza e diversità che a mio avviso rende interessante la Storia.
Il conflitto, anche se non piacevole, non sempre viene per nuocere. Ha un suo lato fecondo. Infatti se il conflitto viene portato nel sentiero del confronto può portare a nuove conoscenze, soluzioni e magari soddisfazioni per tutti. Questi sono temi che richiedono risposte più approfondite spero che non me ne vogliate se sono stata frettolosa.

Raccontaci chi è Kaha, il tuo vissuto e se hai incontrato difficoltà nell’integrarti e nell’interagire con gli italiani, quando sei giunta in questa Nazione.

Quando sono giunta qui in Italia l’integrazione era l’ultimo dei miei problemi. L’intera Somalia era in frantumi sotto una dittatura che tra l’altro teneva in prigione mio padre. Dovevo sistemarmi in Italia in un paese nuovo senza i miei genitori e studiare in una lingua che capivo ma studiarla nell’università è un altro paio di maniche. Uno direbbe: chi glielo ha fatto fare? Nessuno! Anzi in quei momenti paradossalmente, rispetto alla situazione in Somalia, ero contenta di essere in Italia perché tutto ciò lo vivevo come un’opportunità.

I problemi che riguardano l’integrazione c’erano. Solo adesso, dopo tanti anni, a scoppio ritardato riaffiorano. È un vissuto che fa parte della mia esistenza e le tracce le si può trovare in quel che scrivo. E di italiani ne ho conosciuti diversi. Con alcuni siamo diventati amici, parenti e me li tengo stretti. Da altri, proprio perché li conosco, me ne sto alla larga. E poi grazie a Dio ci sono anche tanti, tanti italiani di cui non ho proprio idea chi siano. È tutto da scoprire.

Di cosa ti occupi, quali sono le tue passioni e quali le tue speranze, in un periodo faticoso come questo, che ci rimbalza tra pandemie, guerre e preoccupazioni per gli sconvolgimenti climatici?

In questo momento sono completamente immersa in un progetto di traduzione dall’inglese al somalo. Due anni fa ho deciso di tradurre l’ultimo libro, insieme a tre capitoli del primo, di mio padre dall’italiano all’inglese ed io e le persone che hanno collaborato con me l’abbiamo chiamato “Back to Mogadishu”. L’idea centrale era fare in modo che i giovani somali che non parlano l’italiano potessero leggerlo in una lingua diffusa come l’inglese. Questa intuizione/speranza ha trovato una reazione positiva.

Un bel giorno mi ha contattato un traduttore somalo (dall’inglese al somalo) e mi ha proposto la traduzione di “Back To Mogadishu” in somalo. Non potevo chiedere di meglio! Devo anche dire, essendo mio padre una figura di primo piano del processo della scrittura della lingua somala (1972) che portare “Back to Mogadishu” nella lingua somala come l’ultima “casa” è una idea affascinante. Ora sto collaborando con questo traduttore somalo e come sanno tutti la traduzione è una faticosa avventura piena di trappole e di squarci vitali.
Ho anche un paio di progetti in cantiere ma per scaramanzia non ne parlo.

Intervista condotta dalla redazione Unicopli

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Lidia Campagnano

mi colpisce sempre la libertà di pensiero di Kaha, la leggo come capacità di capire quanto sia articolata la storia del mondo, una sorta di internazionalismo intellettuale difficile da incontrare, mi sembra, di questi tempi – e sarebbe indispensabile la sua diffusione, o meglio il suo insegnamento.