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Intervista all’autore Marco Gemma

Fabrizio Bajec

Fuga di Gas è uno di quei romanzi che creano dipendenza, staccarsi dalle sue pagine è stato come recidere il cordone ombelicale che unisce il lettore ai suoi personaggi, veraci e sanguigni. Fuga di Gas è una stupenda Opera Prima. Marco Gemma scrive e descrive con stile maturo e passione divorante, da veterano della letteratura, e i dialoghi, le metafore, scorrono inarrestabili come lava in costante eruzione. Un esordio letterario che è più di una promessa, e conoscere meglio l’autore è pratica esaltante.

Fuga di Gas è un libro particolarmente riuscito e, a mio parere, spendibile per una riduzione cinematografica tanto quanto per una graphic novel. Perché è stato per te impellente esordire letterariamente con una crime story?

Non è stato un caso esordire con una crime story, è stata una scelta maturata nel tempo. Il crime e soprattutto il noir sondano da decenni i temi che mi interessano. Cosa più importante, non stanno lì a farti la morale. La storia basta e avanza. E il lettore è libero di trarre le proprie conclusioni, se vuole.  

Il tuo romanzo esacerba, sottotraccia, questioni sociali ed etiche piuttosto dure, con le quali conviviamo nel quotidiano. Nel romanzo le sviluppi con toni realistici, con molto fatalismo. Il lavoro nero, l’inevitabile conquistarsi la vita coi denti e con le unghie di chi ha avuto la sfortuna di nascere nello squallore ambientale, nella povertà. Fuga di Gas è anche un Manifesto di denuncia?

Preferisco che a deciderlo sia il lettore. Posso dirti che nella prima versione ero partito da un trentenne che non ne poteva più della vita di cantiere e che alla fine muore sul lavoro. Per quanto ne sapevo, nessuno lo aveva mai fatto, almeno in Italia. C’era stato uno in Gran Bretagna che aveva fatto una cosa simile e mi aveva colpito tanto da mettere una sua frase in esergo al romanzo. Si chiama Magnus Mills, il romanzo è Bestie. Mentre lui racconta l’aspetto paradossale e comico della working class, io volevo mostrare che anche in quell’ambiente c’è molta competizione, più di quanto accada negli uffici. 

Ma poi la storia si è concentrata sull’ambizione, necessaria per farsi strada (anche quella sbagliata), e su come i ricchi cadano sempre in piedi come i gatti. Quindi, ora che ci penso, mi sa di sì: un po’ denuncia c’è, ma giuro che non era nelle mie intenzioni.

Questo romanzo sembra la perfetta sintesi del tuo bagaglio. Non solo ti sei laureato in Filologia moderna, ma hai frequentato la scuola della vita, facendo diversi lavori, anche pesanti. Nel gergo dei Bluesman, hai il “chilometraggio”. Hai messo a frutto queste tue esperienze o è stato il tuo excursus a trainare la tua prosa?

Direi entrambe le cose. Vivere aiuta parecchio a focalizzare i temi che ti interessano. Studiare aiuta parecchio a strutturarti.

A meno che tu sia il Jimi Hendrix della narrativa, pubblicare a vent’anni può essere controproducente. Che hai da dire a quell’età di così interessante? Se invece non sei Jimi Hendrix, prima è meglio vivere un po’, fare a cornate con la realtà e farti un’idea – per quanto incompleta e provvisoria – di ciò che succede oltre il tuo naso. In più, non avere fretta di pubblicare ti consente anche di lavorare sul tuo modo di scrivere. Che non è solo questione di sintassi e sgrammaticature. È piuttosto questione di voce, che a sua volta esprime il tuo punto di vista sulla vita. Il che chiuderebbe il cerchio.

Hai messo in campo dei personaggi di sopraffina onestà intellettuale. Sono totalmente d’invenzione o, come accade di sovente, sono caratterizzazioni ispirate a figure reali?   

Ti dico questo. Il mio metodo di lavoro inizia proprio dai personaggi. Per ognuno di loro scrivo una cinquantina di pagine. Anche per quelli che nel libro hanno una sola battuta. 

È ovvio che all’inizio c’è sempre qualche persona a cui pensi per costruirli, poi però cominci a pensare a un’altra persona, poi a un’altra e un’altra ancora e via di seguito. Le caratteristiche si accumulano. Alla fine devi scegliere quelle più funzionali e così il personaggio somiglia solo a se stesso.   

Camilleri diceva che quando cominciava a sentirli parlare allora erano pronti. Ecco, per me è uguale (con tutto il rispetto per il maestro).

Quanto hai messo del tuo vissuto nel romanzo?

Se ti dicessi che non ci ho messo niente, mentirei. Non avrebbe senso arrivare a cinquant’anni per scrivere un romanzo senza sfruttare la tua esperienza di vita. Il problema è che mentirei anche se ti dicessi il contrario. Perciò, la butto giù così: dipende da cosa intendi per “vissuto”. 

Per qualche ragione che non so spiegare non mi piacciono gli scrittori autobiografici, a parte qualche eccezione. Preferisco un altro genere di scrittore. Anzi, di narratore. Perché non è sempre vero che i bravi scrittori sono anche bravi narratori, e viceversa. 

L’ideale sarebbe far coincidere le due cose, ovvio. Dovendo scegliere, preferisco i narratori che sanno farsi da parte. Dunque, in linea di principio non cedo all’autobiografismo. Però, la tua esperienza ogni tanto viene fuori, deve venire fuori. Altrimenti che l’hai vissuta a fare? 

Quando un’opera prima risulta così potente, la difficoltà è replicare con un secondo lavoro che soddisfi le aspettative. Stai già lavorando a un prossimo romanzo? Che riscontro hai avuto e come hai vissuto il “dopo” l’uscita di Fuga di Gas?

Devo ammettere che pubblicare Fuga di Gas è stata un’esperienza esaltante – e se non fosse stato per Flavio Santi, che non smetterò mai di ringraziare, non sarebbe mai successo. 

Il libro ha avuto anche buone recensioni e confesso di aver ricevuto molti complimenti. Il che mi colpisce. Vedi, Fuga di gas è un libro per certi versi duro, privo di orpelli letterari e i personaggi fanno poco o nulla per piacere al lettore. Eppure è arrivato alle persone che lo hanno letto, persone anche molto diverse tra loro. Ultimamente, ho ricevuto una email di una signora di 82 anni, in cui mi faceva i complimenti e una esegesi che mi ha spiazzato. Questo mi fa parecchio piacere, significa che il libro sta in piedi da solo. E mi dà ragione di credere che forse sono sulla strada giusta e che dovrei fregarmene e rimettermi a scrivere. È quello che faccio quasi tutte le mattine.   

Adesso sto terminando una raccolta di racconti, nel più lungo è ancora protagonista il nostro Gas. Anzi, racconta la premessa al romanzo. Poi ho appena finito un noir, per temi e stile è diverso da Fuga di gas. Ma non tanto, spero. Un giorno o l’altro sono curioso di sapere come stanno i ragazzi… 

La scrittura è una passione che hai dentro da sempre, un fuoco sacro, o hai maturato l’idea successivamente? Quali sono i libri e gli autori che ti hanno formato o che ti sono affini, come stile narrativo?

Sai, il problema è che sono lento a capire le cose. Prima di arrivarci devo sempre fare un giro piuttosto lungo. E lungo sarebbe raccontarlo. Però posso dirti com’è iniziato. Questo me lo ricordo. Un giorno ero sul tetto di un condominio, io e un mio amico stavamo cercando di aggiustare l’antenna. Avevamo un sacco di difficoltà. Io ero quello più scarso, ma neppure il mio amico riusciva a venirne a capo. All’ora di pranzo, scartammo i panini e cominciammo a mangiare. Per fortuna, il mio amico era uno di poche parole, allora presi un libro e mi misi a leggere. Era Anna Karenina, libro perfetto.   

Insomma, mentre stiamo lassù – sotto un sole assurdo – leggo una frase che mi fa impazzire, e la cosa più sorprendente è che sta benissimo in quel punto del libro. Dunque, mi viene da pensare: perché l’ha scritta proprio a questo punto del libro e non in un altro? Lì ho capito che, se volevo imparare a scrivere, prima avrei dovuto essere un lettore migliore. 

Poco più tardi sono diventato adepto di una religione il cui capo era Flaubert. Poi si sono aggiunti molti altri scrittori, gente tipo Soldati, Chiara, Pontiggia, Sciascia, Pasolini. Tra i contemporanei soprattutto Scerbanenco, Lucarelli, Malet, Leonard, Westlake, Crumley, Pelecanos, Price, Irvine Welsh e quel geniaccio di Roddy Doyle.    

Parlaci un po’ di te, le tue passioni, la tua vita, il tuo habitat, la tua filosofia.

Vengo da una famiglia relativamente normale. Padre impiegato, madre casalinga. Ho sempre amato leggere romanzi, ma odiavo studiare; perciò ho mollato la scuola e ho cominciato a girovagare e quindi a lavorare. Niente di serio, e comunque non riuscivo a tenermi un lavoro che fosse uno. Nel frattempo ho coltivato le mie passioni: musica, fumetti, moltissima poesia e ovviamente il romanzo. Intorno ai trent’anni sono tornato a studiare, e questa volta mi è piaciuto. Avevo letto tantissimo i classici ma ancora non riuscivo a dare un ordine alle cose, avevo bisogno di una formazione solida. Ma dovevo pure lavorare. Il che mi toglieva tempo e energie. Quindi, posso dire di essere stato uno studente serio e curioso, ma non eccellente. Curiosità e testardaggine tengono acceso il mio interesse per la poesia, per il romanzo, per la storia passata e per la storia futura.  

Intervista condotta dalla redazione Unicopli

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