Intervista all’autore Tino Adamo

Fabrizio Bajec

Incontriamo Tino Adamo seduto al tavolino di un bar, davanti all’ennesima tazzina di caffè. Affabile e sorridente, l’autore del libro Il bar degli Zanza, inserito nella collana La porta dei dèmoni, potrebbe essere uno del crocchio di zanza che ha mirabilmente descritto nel suo romanzo d’esordio.

Viene naturale cominciare dalla tua esperienza da barista Milano, nel quartiere che descrivi nel libro. Quanto è tratto dalla vita vera e quanto dalla tua fantasia?

“Il bar degli zanza” è un romanzo nato per caso. Quando ho cominciato a scriverlo doveva essere solo una sequenza di aneddoti, tanto per ricordare i vecchi tempi e i personaggi che gravitavano attorno al bar di periferia nel quale ho lavorato, alla fine degli anni ’80. In seguito mi sono divertito a scrivere il primo racconto, l’unico rimasto inedito… poi, seguendo quell’adagio che recita “La fame vien mangiando”, non mi sono più fermato. Sebbene l’arco temporale degli “Zanza” sia consequenziale, narrando le vicende in maniera lineare con lo scorrere del tempo (un anno), l’ho suddiviso in 26 capitoli che si possono leggere anche slegati, come fossero racconti a sè stanti. Quasi ogni capitolo parte da spunti e personaggi reali, poi mischiati e miscelati dalla fantasia, quasi fossero un cocktail in perfetto equilibrio tra realtà e fiction.

Che esperienza è stata essere barista nella Milano di fine anni Ottanta, in una zona “tesa” come Baggio?

In una parola sola: divertente! A quei tempi Baggio, il quartiere della periferia milanese dove tutt’ora risiedo, era una zona “calda”. La malavita la faceva da padrona ed è nato allora il detto “Vieni a Baggio se hai coraggio!”. Il bar era quasi sotto casa e con la maggior parte degli zanza che lo frequentavano, vivevo a stretto contatto … quella gente mi era familiare fin dall’infanzia. C’erano incalliti giocatori di carte, di cavalli, dadi e totonero. Delinquenti di ogni fatta, rapinatori, spacciatori, truffatori… una macedonia di sfaccendati senza la minima voglia di tirare la lima. Erano perdenti senza speranza, ma generalmente molto simpatici. Passavano il tempo a cazzeggiare tra una spacconata e uno scherzo grossolano, e si rideva parecchio. In definitiva era un ambiente vitale e allegro. 

Pensi sia un mondo ormai sparito, o che possiamo ancora respirare in qualche angolo nascosto della metropoli?

I tempi cambiano, ma certe cose sono immutabili. L’ambiente dei bar dei quartieri popolari è ancora la tana degli zanza. Ovunque tu vada, con buona pace del Covid, troverai capannelli di gente ghignare sguaiatamente, birra alla mano e sigaretta in bocca… ci sarà un Vito “la mamma” pronto a dispensare perle di saggezza spicciola, un “Buttafuoco” che si scalda quando discute, diventando paonazzo, un tavolo di ramino con nonnetti agguerriti come il “Gamba de legn” o un “Duca” istrionico e avvinazzato, grinte tali e quali ai character che fanno da comprimari al mio romanzo.

In parecchi punti del libro usi espressioni e toni “politically uncorrect”; perché hai elaborato queste scelte lessicali?

Fortunatamente continuo a ricevere riscontri molto entusiastici specialmente rispetto a questo stile di scrittura. In prima battuta, ero partito con una fioritura più “letteraria” e distaccata, voce narrante in terza persona e come tempo il passato prossimo. Ma non mi tornava, c’era qualcosa che non funzionava… i racconti non decollavano come volevo e mi sembrava di tradire, in qualche maniera, la genuinità e il “realismo” del contesto. Quindi ho deciso che non era la strada giusta, che avrei dovuto essere onesto al massimo nei confronti degli “zanza”… ho fatto parlare e pensare i personaggi col loro linguaggio proprio, gergale e talvolta sgrammaticato – avreste dovuto sentire cosa usciva da quelle bocche- e, proveniendo dalle più disparate regioni d’Italia, questa gente usava intercalari dialettali. Infine, sicuramente il politicamente corretto era più raro di un dodo, tra le pareti del bar. E il romanzo si è poi praticamente scritto da solo.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro? A chi vuoi parlare e cosa tieni a raccontare?

L’idea è lievitata mano a mano fino a diventare un mio bisogno quasi fisico, ogni qual volta incontrassi in quartiere i vecchi clienti del bar… Sconfitti, squattrinati e male in arnese, che da quel loro certo modo di vivere non avevano cavato granché. Gente che sarebbe presto o tardi scomparsa, portandosi via quel mondo di malavita casereccia il cui imprinting derivava ancora dall’antica “ligèra” milanese, soppiantato dalla criminalità odierna, molto più spietata e organizzata. Chi li avrebbe salvati dall’oblìo scrivendone le gesta? Beh, non sono Omero ma li ho conosciuti bene, quegli zanza erano i miei vicini di casa, i genitori e i fratelli dei miei compagni di giochi e gli ho servito caffè e liquori condividendone avventure e confidenze. Ho provato a raccontarli senza essere giudicante, con umanità, schiettezza e tanta ironia. E, in tutta umiltà, credo di esserci riuscito. 

Parlando di Milano: un pregio e un difetto di com’era, com’è oggi… e come la vorresti?

Accidenti, rispondere a questa domanda implica un grosso sforzo di lucidità mentale. L’effetto amarcord è un muro arduo da scavalcare, perché negli anni ’80 ero uno sbarbato e tornare a quei tempi equivale a varcare la soglia di un mondo incantato, in cui tutto era bello, migliore dell’oggi. In definitiva penso che lo fosse. Se al tempo della “Milano da bere” nelle zone centrali della città era cominciato l’arrembaggio degli Yuppies, da noi in periferia l’olezzo era quello della solita minestra. Ma c’era più rispetto tra le persone, l’educazione civica e la dignità non erano concetti astratti e i giovani erano molto più fantasiosi e vitali… ricordo le vasche in via Torino, al sabato, fendendo una folla di “tribù” eterogenee di metallari, paninari, rockabilly e dark, per esempio. Ora vedo una piatta omologazione, un disincanto letale e le tecnologie, a mio parere, ci hanno sopraffatto e allontanati dall’interazione. Milano è come una morosa tradita, la città sente di non essere amata, purtroppo, sebbene secondo me sia bellissima e non la scambierei per dieci Parigi. Quello che desidererei è più empatia tra le persone, ci si prende troppo sul serio… sarebbe il caso di ricordarsi che siamo esseri umani, bisognosi di relazioni e attenzioni reciproche, e che il sorriso è prezioso.

Infine parliamo di te, che sei un fumettista prestato alla letteratura. Infatti, ogni capitolo del romanzo è corredato da una tua illustrazione. In realtà hai smesso i panni del barista da più di due decadi, per dedicarti a tempo pieno al disegno e alla sceneggiatura, e lavori nella redazione della Sergio Bonelli Editore, dove si producono Tex, Dylan Dog e un’altra dozzina tra le testate dei più popolari fumetti nostrani.

Sono consapevole di essere una persona fortunata, perché la mia passione è diventata anche la mia occupazione, e mi bacio i gomiti ogni giorno, entrando in redazione. Mi occupo, assieme ad altri tre amici e colleghi disegnatori, di apportare correzioni e modifiche sulle pagine di tutte le testate in uscita, l’ultima fase di lavorazione che precede la stampa degli albi.  Sono approdato alla Bonelli nel 2001, dopo una lunga gavetta. Fin da bambino ho sviluppato una grande passione per il disegno e la scrittura, e una venerazione in particolare per i fumetti, di cui ero e sono tutt’ora un bulimico consumatore. Ho sempre anelato vivere nel mondo dei fumetti e per seguire il sogno, mentre frequentavo scuole di illustrazione e la bottega del Maestro Paolo Telloli, mi guadagnavo la pagnotta lavorando come barista e nel contempo pubblicavo i miei primi lavori. Ho consumato il bancone per un decennio, poi mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto, come accade talvolta nella vita, e sono stato assunto dalla prestigiosa Casa Editrice milanese. Facendo parte della redazione, che ne è il cuore, ho avuto la fortuna di conoscere, oltre all’immenso Sergio Bonelli, una folta schiera dei più grandi artisti italiani e stranieri, belli anche come persone, che non guasta.

Scriverai un altro romanzo o prosegui la tua carriera in Bonelli?

Io amo la Bonelli! Ho iniziato ad acquistarne gli albi – tutti! – all’età di 8 anni e a questo marchio sono da allora attaccato come una cozza allo scoglio. Per farmi lasciare il mio posto di lavoro dovrebbero scacciarmi con torce e forconi. Detto questo, sono anche un famelico divoratore di libri e quindi naturalmente attratto dal mondo della letteratura. Il mio romanzo d’esordio ha avuto un buon esito in libreria e i giudizi lusinghieri dei lettori mi stanno regalando inedite energie. Mi sento in dovere, e lo faccio con tanto affetto, di salutare e ringraziare l’intera “famiglia” dell’Unicopli, la Casa Editrice che mi ha offerto l’occasione di pubblicare Il bar degli zanza e che mi ha letteralmente adottato. Ho iniziato la stesura di un secondo romanzo, ma lo scriverò senza fretta… so bene che, sebbene sia partito col piede giusto, ripetersi e magari migliorarsi è un processo alquanto difficoltoso e delicato, e farsi prendere dalla foga non è cosa saggia.

Intervista condotta dalla redazione Unicopli

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